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COMUNE DI CANTÙ e CANTURIUM ASSOCIAZIONE CULTURALE presentano

LA SELETTIVA DEL MOBILE

IL CONTRIBUTO DI CANTU’ ALL’EVOLUZIONE DEL DESIGN IN ITALIA
Info

QUANDO
23 settembre – 16 ottobre 2016

DOVE
Cantù, ex chiesa di Sant’Ambrogio

Orari:
sabato e domenica: 10.00 - 12.30 | 15.00 - 19.00
da mercoledì a venerdì: 15.00 - 19.00
lunedì e martedì chiuso
Scuole su prenotazione

Ingresso
GRATUITO

a cura di
Tiziano Casartelli

Main sponsor
Riva Cantù

La mostra, organizzata in contemporanea con la pubblicazione del libro La Selettiva del Mobile. 1955 – 1975, di cui costituisce lo sviluppo, ricostruisce la storia della Selettiva di Cantù e il suo apporto al rinnovamento della produzione del mobile in Brianza. Alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, la necessità di rinnovare la produzione, ancora legata al gusto classico, spinse le autorità canturine a bandire un Concorso Internazionale rivolto ad architetti e designer di tutto il mondo.
Organizzata in stretta collaborazione con la Triennale di Milano, la manifestazione si svolse con cadenza biennale dal 1955 al 1975 e, almeno nelle sue prime edizioni, riscosse un indiscusso successo internazionale.
Attraverso la ricostruzione della storia della Selettiva, la mostra segue l’evoluzione del disegno del mobile fabbricato in Brianza e lo sviluppo del suo sistema produttivo negli anni in cui il nome di Cantù si intrecciava con quello dei maggiori designer nazionali e internazionali, da Franco Albini, Gio Ponti e Carlo Mollino a Finn Juhl e Alvar Aalto e Sergio Rodrigues. La mostra sviluppa i seguenti temi:
- Le origini e la nascita del Concorso
- La collaborazione con la Triennale di Milano
- L’affermazione internazionale del Concorso
- Gli anni di assestamento e la nascita del Salone del Mobile
- 1973: l’edizione dei grandi designer
- L’ultima edizione
LE ORIGINI DEL CONCORSO E LA PRIMA SELETTIVA
Il 17 settembre del 1955 prendeva il via il Primo Concorso Internazionale del Mobile, comunemente noto come “Selettiva del mobile”, la manifestazione che per almeno un decennio proiettò Cantù sulla internazionale del design. L’idea, sviluppata nel corso di una riunione del Consiglio della Pro Cantù, venne immediatamente condivisa dal sindaco Arturo Molteni, dalla Camera di Commercio, dal ministero del Commercio estero e dalle Esposizioni Mobili, le cui sedi si sarebbero aperte allo svolgimento delle undici edizioni della manifestazione. Nel febbraio del 1955 il bando del Concorso, suddiviso in otto sezioni e dotato di ben quattordici milioni di premi, fu divulgato in ogni parte del mondo. In quel momento Cantù poteva ancora essere considerata la città italiana del mobile, ma quel primato che si era guadagnato con la qualità del suo lavoro rischiava di declinare a favore di altri centri della Brianza, più dinamici e maggiormente aperti al rinnovamento. Il suo era una supremazia basata sulla straordinaria capacità tecnica di risolvere ogni difficoltà costruttiva, sull’abilità manuale, sull’eccellenza dei materiali utilizzati, piuttosto che sul rinnovamento del disegno dei mobili.

La manifestazione fu ripartita in due fasi distinte: il Concorso Internazionale del Mobile attraverso il quale una Giuria altamente qualificata avrebbe valutato e selezionato i disegni pervenuti, e la Mostra Selettiva, ossia l’esposizione dei progetti vincitori accompagnati dai prototipi realizzati dai produttori locali più qualificati. Con la Selettiva, Cantù si trovava non solo a occupare un posto preminente nella scena internazionale dell’arredo contemporaneo, ma le si offriva l’opportunità di rivestire un ruolo di sperimentazione e ricerca in quel settore. Dell’organizzazione fu investita anche la Triennale di Milano, che mise a disposizione l’esperienza necessaria ad affrontare un evento di quella complessità.

Allo scadere del bando, il 25 maggio, pervennero 217 progetti elaborati da 177 progettisti di 21 diverse nazioni, richiamati dall’originalità della manifestazione, dalla ricca dotazione dei premi e dal prestigio dei componenti la Giuria, tutti di risonanza internazionale nel campo delle arti e dell’arredamento. Ne facevano parte gli italiani Gio Ponti, Carlo De Carli e Romano Barocchi, il designer danese Finn Julh e l’architetto finlandese Alvar Aalto. La seconda parte della manifestazione, la Mostra Selettiva del Mobile, si svolse dal 17 settembre al 5 ottobre del 1955 presso la nuova sede della Galleria Mobili d’Arte, inaugurata proprio in occasione della mostra. Il successo fu straordinario e nei diciotto giorni di apertura fu visitata da 30.000 persone. “L’organizzazione è stata perfetta – osservò Gio Ponti sulle pagine di Domus –, signorile, estesa a tutta la città con pratici richiami; l’afflusso di visitatori, anche e specie dall’estero, grandissimo.”
DALL’AFFERMAZIONE ALLA CRISI
Nel 1957, la seconda edizione intese ribadire gli scopi originari, ossia il rinnovamento del disegno del mobile attraverso “l’espressione migliore e più chiara delle tendenze […] del momento, provenienti da ogni parte del mondo ove fioriscono centri di progettazione e di studio ed ove menti particolarmente attente al fenomeno dell’arredamento si impongono [con la] loro personalità.”

Pur mantenendo la formula iniziale, invece delle otto sezioni ne furono proposte sei, ciascuna delle quali dotata di un primo e secondo premio in denaro, per un ammontare complessivo di circa dieci milioni di lire, una cifra ragguardevole corrispondente a 115.000 euro attuali. Allo scadere dei termini di presentazione pervennero 160 progetti da 18 diversi Paesi: un numero inferiore alla prima edizione, forse dovuto al limitato tempo a disposizione per la presentazione dei progetti e al minor battage pubblicitario. Una volta selezionati i progetti, l’ente provvedeva alla realizzazione dei prototipi affidandoli ad “artigiani e industriali di provata capacità, secondo le modalità fissate dal regolamento.” Vincitori assoluti della Seconda Selettiva furono lo sloveno Niko Kralj, affermatosi nel primo e nel terzo concorso, il finlandese Ilmari Tapioviaara, che si aggiudicò un primo e un secondo posto, e lo studio olandese Wim Crouwel e Kho Liang impostosi invece nella sezione dei mobili in metallo: tutti con progetti dalle linee razionali, ripulite da qualsiasi elemento decorativo.

Con le buone affermazioni di Ilmari Tapioviaara e dell’olandese Wim Crouwel nel 1957, di Erik Ullrich, Henrik Goran Langhjelm e Bjorn Larsen nel 1955 appare evidente la forte influenza del mobile scandinavo, egemonia rafforzata dall’elevato numero dei partecipanti provenienti dal nord Europa. “Pur tra le difficoltà nelle quali si è trovato ad agire – si legge nel numero unico Cantù 1961 –, [il Concorso] è riuscito a provocare una vasta e salutare tendenza innovatrice che si è rivelata quanto mai opportuna: tempestiva e consona alle esigenze della produzione.” Ed in effetti bastava confrontare la produzione anteriore al 1955 con quella successiva per verificare le avvisaglie della spinta innovativa impressa dalla Selettiva al settore del mobile. Cogliendo i primi segnali di rinnovamento, già nel maggio del 1957 il quotidiano economico “Il sole” rilevava che la razionalità delle linee dei progetti vincitori stava contribuendo a “modificare talune tendenze locali […] ancora un po’ lontane dalle tendenze nuove, d’avanguardia.” Tuttavia, non si può negare lo scarto ancora esistente con una parte non certo minoritaria del mondo del mobile. Questo aspetto fu più volte esaminato da Carlo De Carli, direttore de “Il mobile italiano”, il quale attribuiva la sfiducia dei produttori all’aleatorietà di molti progetti “raramente traducibili in oggetti concreti”, per i quali sarebbero state necessarie verifiche pratiche nella fase di selezione e di assegnazione dei premi. Non era estraneo a questa incongruenza il fatto che la maggior parte dei progettisti ignorasse ogni aspetto del sistema produttivo e tecnologico locale. E proprio per superare questo scarto aumentarono gli sforzi per incoraggiare una più stretta collaborazione tra produttori e designer. Nel 1959 la terza edizione della Selettiva segnò più di un elemento di novità rispetto alle precedenti: innanzitutto il numero delle sezioni fu portato a dieci, includendo in questo modo nei temi di progetto tutti gli ambienti della casa. In secondo luogo riservava una sezione agli studenti del quarto e del quinto anno delle facoltà di Architettura con lo scopo, affermava il bando, “di invogliare i giovani a dedicarsi allo studio del problema del mobile moderno.”

Gli ultimi anni
L’adesione degli studenti fu superiore a ogni aspettativa e i risultati di buon livello, in qualche caso persino superiori agli elaborati presentati nei concorsi principali. Proprio in questa sezione si segnalarono i progetti della libreria a piede centrale di Donato D’Urbino e Carlo Volontario e la poltrona a struttura d’acciaio di Anna Rosa Cotta e Attilio Barcolli. “Vi è pertanto da attendersi – osservò la Giuria – che la progettazione del mobile si avvantaggerà certamente da questo alito di vita nuova che i giovani intendono imporre. Allestita presso la sede del Consorzio Esposizione Mobili, ampliata e rimodernata per l’occasione, l’edizione del 1959 raggiunse numeri da primato, mai più eguagliati: allo scadere del bando giunsero 627 progetti di 924 architetti e designer di 33 Paesi del mondo, adesioni quattro volte superiori all’edizione precedente. Ventuno invece le aziende impegnate nella realizzazione dei modelli selezionati, quattordici delle quali canturine, sei lombarde e una emiliana.

Nel corso della selezione dei progetti, per la prima volta la Giuria rilevò l’omologazione delle soluzioni proposte, una condizione che rivelava un generale livellamento e l’annullamento dei tratti nazionali, ben riconoscibili invece sino a pochi anni prima. “La Giuria ha dovuto constatare – si legge nel catalogo dell’esposizione – che la tendenza della progettazione si sta uniformando in tutto il mondo, perdendo, a volte, il carattere dei Paesi d’origine.” A questo aspetto si sommava la “gratuita estrosità” di molti progetti, causa della rinuncia dei produttori a investire nel “nuovo per il nuovo senza giustificazione.” Per restituire maggior efficacia al Concorso – che il segretario della Triennale di Milano Tommaso Ferraris considerava il più importante, nel suo genere, d’Italia, e uno dei più noti a livello internazionale – le giurie rivolsero maggior attenzione ai progetti effettivamente attuabili dall’industria o dalle ditte artigiane. Nell’ambito della Quarta Selettiva, l’esame preliminare dei 438 progetti pervenuti da 27 diversi Paesi ebbe luogo il 24 giugno 1961. Il successivo 24 agosto la Giuria si riunì per procedere all’esame dei prototipi e assegnare un premio per ognuno degli otto temi del Concorso. Successivamente si procedette alla definitiva messa a punto dei prototipi secondo le indicazioni della giuria. L’esposizione dei mobili ebbe luogo dal 14 al 31 ottobre. Per effetto di un’impostazione quasi impeccabile l’edizione del 1961 può essere considerata la migliore tra le undici edizioni della Selettiva: un’edizione che richiese uno sforzo organizzativo e finanziario ineguagliati. Di notevole livello anche i progetti selezionati tra i quali spiccano per la carica innovativa la sala da pranzo del belga Peter De Brune, a cui fu assegnato il premio speciale per la prima sezione, la credenza dello svedese Sven Staaf, la poltrona del designer brasiliano Sergio Rodrigues e i mobili per l’arredo di uno studio dello svizzero Werner Blaser, premio ex equo con Erik Ullrich della sezione arredo per studio professionale. Una serie di mobili di esemplare qualità progettuale, più che mai in grado di condizionare il gusto del pubblico e l’orientamento dei produttori. A contrassegnare l’edizione del 1963 fu il rigore adottato sin dalle prime battute dalla Giuria, che per la seconda fase scelse di selezionare un numero limitato di elaborati. La fermezza di queste valutazioni era imposta dall’insoddisfazione per un’edizione ritenuta affrettata e imperfetta, partita in ritardo e organizzata senza tener conto dell’esperienza acquisita nelle precedenti edizioni. A quel risultato insoddisfacente si era giunti in piena consapevolezza, ma anche senza vie d’uscita. Le incertezze intorno al finanziamento ministeriale avevano infatti ritardato la normale programmazione del Concorso ben oltre il consueto. A causa di questi ritardi i tempi a disposizione dei concorrenti e della Giuria si comprimevano, rivelandosi decisamente inadeguati a una manifestazione di quel genere. La Giuria si riunì il 15 ottobre per la prima selezione dei progetti e il 23 novembre per l’esame e la premiazione dei modelli realizzati. Per la costruzione dei prototipi le ditte aderenti avevano avuto a disposizione soltanto poco più di trenta giorni, quando due anni prima l’intervallo tra la selezione dei progetti e l’inaugurazione della mostra era stato di quasi quattro mesi.

Il dibattito sollevato dagli esiti della Quinta Selettiva portò al rinnovamento della manifestazione che sancì l’inevitabile chiusura di un ciclo. A far da perno tra questi due momenti fu la retrospettiva aperta nell’aprile del 1964 dedicata alle prime cinque edizioni. Denominata Selettiva delle Selettive l’esposizione si svolse dal 19 aprile al 3 maggio 1964 presso il nuovo palazzo della Permanente Mobili e propose una selezione dei mobili premiati nelle precedenti edizioni, e di riconosciuta validità commerciale. Era il tentativo di tracciare un bilancio della vicenda del concorso canturino, in modo da individuare i punti imprescindibili da cui ripartire, attuando quell’attività di studio e promozione che non doveva esaurirsi con la mostra biennale, ma proseguire anche nel periodo intermedio: ottemperando sino in fondo le finalità che l’Ente si era dato.

La nomina nel 1964 di Serafino Leoni Orsenigo (1911 – 1981) alla presidenza dell’Ente rientra nello sforzo di arrivare a un rinnovamento altamente qualificato. Una svolta che si fondava innanzitutto sul riallineamento alle norme del 1961, sulla restituzione ai produttori di margini di tempo più ampi per la realizzazione dei prototipi e sul consolidamento del rapporto di collaborazione tra i produttori e i progettisti. Chiuso il ciclo formale delle prime edizioni, si intese sviluppare l’aspetto tecnologico, tanto nella progettazione come nella costruzione del mobile. Nonostante questi perfezionamenti, il Sesto Concorso si contraddistinse per la rinuncia al bel disegno, all’oggetto di qualità curato nei dettagli, capace di sorprendere e catturare l’osservatore. Le proposte pervenute, e questa tendenza si accentuò nelle edizioni successive, appartenevano alla categoria del disegno industriale e per loro natura si indirizzavano ormai quasi esclusivamente alla piccola o alla media industria; escludevano in via definitiva la produzione artigianale, quella del pezzo singolo dall’alto valore aggiunto fabbricato da piccole unità produttive che, nonostante tutto, continuavano a costituire l’ossatura portante del settore canturino del mobile. Una base artigiana fiera della propria tradizione per la quale il pezzo ben eseguito era ancora prevalente su quello ben disegnato. La Mostra Selettiva del Mobile sarebbe continuata per altri dieci anni, anni di continui rinnovamenti alla ricerca di una formula capace di eguagliare il successo e l’efficacia delle prime quattro edizioni.
la selettiva del mobile
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